Mafia e religione
Antico e diffuso rapporto quello tra crimine organizzato e religione. Camilleri, nei suoi romanzi storici, racconta che il mafioso non è religioso poichè crede però è tremendamente superstizioso e quindi teme l’ignoto. Inoltre ad essere devoti si fa sempre bella figura: «non posso credere che una persona così religiosa e pia (Andreotti ad esempio?) possa commettere certe nefandezze!»
Nel video un brano de I Soprano che rende bene il concetto: un capomandamento si lamenta con il suo prete: 23 anni di donazioni avrebbero dovuti spalancargli comunque le porte del Paradiso.
E la nostra Chiesa? Dipende, alcuni preti sono degli eroi come Don Pino Puglisi ucciso dalla mafia nel ‘93, altri meno. Nell’800 esisteva in Sicilia la Bolla di Componenda: un documento che il parroco vendeva in chiesa e che permetteva all’acquirente di commettere delitti tanto più gravi quante più ne acquistava.
C’era un vero e proprio prontuario «dalla corruzione all’abigeato, dalla falsa testimonianza alla circonvenzione d’incapace, tutto catalogato e prezzato» tranne l’omicidio. La Bolla era un patto tra delinquente e Chiesa: tanto più uno versava tanti più danni poteva fare sentendosi a posto con la coscienza.
Fenomeno solo italiano? No, Vikram Chandra in Giochi Sacri descrive un capo del racket Indiano che si giustifica così «Era già tutto scritto, sto svolgendo il ruolo che mi ha affidato Dio».
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